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Pienezza dell'umana esistenza è...

 

lasciarsi condurre per mano dal bambino che è in ognuno di noi
(di F. Candeloro - medico omeopata)


Tornare a provare incanto e stupore di fronte al creato e alle sue meraviglie

Il termine pienezza, riferito all'esistenza umana, viene sovente impiegato per identificare una condizione di completa soddisfazione per il proprio essere e sentire, che ci fa cogliere vitali e motivati in ogni campo del nostro agire. Si tratta di una condizione che spesso riusciamo ad avvertire solo per brevi periodi della nostra esistenza, ma che altrettanto spesso ci capita di confondere con stati passeggeri di ebbrezza, che sembrano riuscire a ripopolare, almeno per un po', quel vuoto esistenziale che è frutto di un progressivo disinteresse per le nostre attività e per i nostri più stretti legami affettivi, vuoto che a tratti può apparire quasi incolmabile, ed arrivare così a permeare il nostro viver quotidiano, così tanto distante, allora, da come ce lo eravamo prefigurato.

Subentrano in noi, in questi casi, sentimenti di nostalgia, di malinconia, che a tratti sembrano scivolare verso una tristezza quasi inconsolabile o addirittura verso la più completa incapacità di tornare a provare emozioni positive, cosa che, nei casi più ostinati, configura quel quadro patologico dell'emotività umana conosciuto come depressione del tono dell'umore.

La nostra vita, dunque, nella migliore delle ipotesi, ci appare oscillare costantemente tra fasi in cui riusciamo a percepirla pienamente soddisfacente alle nostre attese, estremamente gradevole e decisamente stimolante, ed altre in cui sembrano prevalere, a volte inaspettatamente, opposti sentimenti di noia, di apatia, di scarso coinvolgimento per attività e legami, poiché sempre più imprigionati da una monotona ripetizione di gesti e parole, che a poco a poco finiscono per perdere ogni originario senso e valore.

Questa oscillazione di sentimenti è quasi certamente del tutto inevitabile, dal momento che la persona da sempre vive in un contesto sociale dove spesso le relazioni umane non sono adeguatamente sostenute da quel rispetto e da quella condivisione che ci fanno percepire esseri in tutto simili, e partecipi, per questo, di un medesimo destino; eppur tuttavia, tutte quelle volte che tali relazioni si ripropongono a noi nella loro sorprendente naturalezza, istintivamente sentiamo crescere quella piacevole e benefica sensazione di abitare un creato in cui tornare a sentirci amati e al contempo protagonisti, in quanto partecipi di un processo straordinario, quale quello della creazione, che inevitabilmente eleva l'essere alle sue più alte vette esistenziali, riavvicinandolo a quel divino che, in situazioni opposte a queste, invece, sentiamo allontanarsi sempre più, fino a suscitare nel nostro cuore sgradevoli sentimenti, che altro non sono che l'effetto del progressivo distacco dal nostro io più vero.

Possiamo a questo punto affermare che l'essere che mantiene la tensione emotiva a ben operare, e lo slancio vitale e l'apprezzamento per tutto ciò che è universalmente bello, e che, come tale, lo trascende, pur attraversando inevitabili fasi di caduta di tale tensione, legate, come abbiamo detto, al difficile contesto in cui si muove, è quello decisamente più vicino a percepirsi in buona salute psichica e certamente anche fisica.

Tuttavia quella che è, o dovrebbe essere, un'inclinazione naturale dell'uomo - operante inconsapevolmente in noi fin dalla fanciullezza - subisce una drammatica frattura nel momento in cui la persona, direttamente o indirettamente, si rende conto che il mondo reale, e dell'adulto in particolare, ha scelto la strada opposta a quella della spontaneità: quella direzione, cioè, in cui questa tensione emotiva finisce per essere relegata ai margini dell'esistenza umana, sostituita da scelte in cui la mente, e il calcolo, hanno preso, con decisone sempre crescente, il sopravvento sul cuore.

E così, giorno per giorno, questa esistenza, che ha perso gran parte di quella spontaneità che la orienterebbe sempre e comunque verso il trascendente, e dunque verso ciò che è bello e universalmente ammirevole, svuota l'essere di quei sentimenti che esprimono tutta la piacevolezza di una vita vissuta come continuo e partecipato divenire, e a poco a poco anestetizzano il suo cuore, portandovi una prevalenza di sentimenti opposti e negativi, che inevitabilmente lo agitano, in quanto espressione della progressiva regressione, nella scala evolutiva, a quelle fasi in cui ci si percepisce sempre meno liberi, autonomi, intraprendenti e creativi.

Quella frattura, dunque, che in un certo momento della nostra esistenza siamo inevitabilmente tutti destinati a percepire, esige oltremodo da noi una volontaria presa di coscienza per ciò che veramente ci è necessario e benefico; e allora, in un invertito gioco delle parti, ad un certo punto della propria vita l'essere umano è necessariamente chiamato ad agire proprio in maniera opposta a quella che, di epoca in epoca, costituisce la norma sociale e convenzionale del suo tempo, eretta da persone svuotatesi, a poco a poco, di quei sentimenti di fratellanza e solidarietà per il prossimo, e di cura e attenzione per il creato, che arriveranno a sembrargli, così, sempre più ostili e minacciosi.

Tornare dunque alla spontaneità del nostro essere, significa quindi impegnarci a ripercorrere a ritroso quel cammino umano che, in ogni epoca, conduce la persona all'aridità dei sentimenti, delle motivazioni e della sua infinita capacità creativa, aridità che nessuna tecnologia, sia pur sofisticata, potrà a lungo compensare o mascherare, rivelando semmai, sempre più, quanto la robotizzazione dell'essere sia andata sostituendosi alla naturalezza della persona.

Questo cammino a ritroso ci condurrà piano piano a farci rincontrare con quell'incantevole bambino che non ha mai smesso di abitare in noi, e che potrà finalmente tornare ad orientare la nostra esistenza prendendo per mano quell'adulto che sembrava aver perduto per sempre il gusto e la curiosità per una vita che, solamente quando vissuta con il cuore, non finirà mai di stupirci e di meravigliarci, ripopolando il nostro essere di quei sentimenti di incanto, estasi e gioiosa allegria, che sembravano ormai per sempre confinati ad un'età dell'infanzia e della giovinezza divenute nostalgici ricordi di un tempo migliore, ormai sempre più lontano, sbiadito e apparentemente irraggiungibile.
 

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