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Medicina omeopatica: origini, principi e vantaggi

 

L'omeopatia come moda - Pazienti e livelli di guarigione
(di F. Candeloro - medico omeopata)

I. Origini e interpretazioni dell'Omeopatia
Soffermiamoci dunque sull'esistenza di diverse scuole di pensiero a cui corrispondono altrettanti metodi di somministrazione dei rimedi, e cerchiamo di comprendere da dove origina questa frammentazione, già presente all'epoca dello stesso Hahnemann, che al problema aveva dedicato un intero paragrafo dell'Organon dell'arte di guarire (§ 273).

L'esistenza di diversi modi di somministrare i rimedi deriva dal rifiuto, preconcetto, di due nozioni fondamentali per la corretta applicazione dell'Omeopatia, che Hahnemann aveva dedotto dalla pura esperienza dei fatti, ovverosia dalla libera osservazione di come essi effettivamente si estrinsecano in natura. Il primo rifiuto consiste nel non ammettere l'esistenza di una energia vitale e vivificatrice che coordina, per gradi diversi di complessità, i processi deputati al mantenimento in vita di tutti gli esseri viventi presenti sulla terra. Tale energia deve dunque essere considerata estremamente diffusa e dotata di una sua propria intelligenza, che guida l'istinto primordiale di conservazione di ogni specie presente in natura, e di una sua propria direzione, che orienta le funzioni vitali a circoscrivere e drenare tutto ciò che gli è nocivo. Il secondo rifiuto riguarda invece la concezione olistica dell'essere umano, inteso cioè come un'unità indivisibile di psiche e corpo, che quando si ammala si ammala sempre in tutta la sua interezza e quando guarisce deve altresì guarire nel rispetto di questa sua complessità. Per tale motivo ogni malattia, anche la più localizzata, deve sempre ritenersi un effetto di questo disordine generale, a sua volta espressione della perturbazione reiterata dell'energia vitale coordinatrice e riparatrice.

Il rifiuto di questi due concetti conduce inevitabilmente alcuni operatori del settore, principalmente i pluralisti ed i complessisti, a continuare a somministrare i rimedi sul criterio sintomatico dell'allopatia, e in questa maniera – non essendo in grado di agire sulla causa effettiva delle singole malattie (la perturbazione dell'energia vitale, che nell'essere umano si esprime sempre con sintomi contemporaneamente fisici e psicologici) – essi sono destinati ad ottenere risultati parziali o palliativi, contravvenendo così a quel proposito di guarigione che dell'Omeopatia è origine e fine (I par. dell'Organon).

Tale rifiuto però si attua per gradi diversi, e proprio in virtù di questo dipende l'appartenenza di un medico ad una o l'altra delle categorie di omeopati, come magistralmente descritto da Proceso Sanchez Ortega, eccelso omeopata di scuola messicana. Egli descrive essenzialmente quattro diversi modi di accostarsi all'Omeopatia: il primo è proprio di quei medici di scuola tradizionale che, pur scarsamente edotti sui principi dell'Omeopatia, gradiscono comunque mescolare in maniera diversa le due metodologie (quella tradizionale cioè e quella omeopatica); vicini a questi egli pone coloro che, sedotti dalla variegata offerta delle metodologie alternative, accostano all'Omeopatia, somministrata per lo più su criterio allopatico, diverse tecniche proprie di altre specializzazioni (agopuntura, chiropratica, fitoterapia, ecc): Ortega chiama questi medici omnipraticanti o eclettici, ma senza dubbio ancora ben lontani dall'essere veri omeopati.

Ad un gradino superiore il medico messicano pone complessisti e pluralisti che, come abbiamo visto, sono convinti solo in parte dei principi Hahnemanniani. Vengono poi gli unicisti, i quali, accettando totalmente la visione olistica dell'essere umano, si convincono che ad ogni tappa della sua sofferenza è necessario utilizzare quell'unico rimedio capace di rispettarlo…in quanto malato! Ma a queste categorie Ortega ne aggiunge un'altra, che fin qui non abbiamo minimamente citato: egli li chiama i trascendenti, i professionisti dell'Omeopatia, coloro cioè che considerano la malattia come l'effetto di un' esistenza terrena che contrasta in tutto o in parte con l'intima, istintiva e spesso inconscia tensione emotiva di ogni essere a vivere la vita nella sua pienezza realizzativa. Questa pienezza esistenziale, intuita da questi omeopati come unica fonte di stabile benessere psicofisico, si compie solo quando la persona arriva ad operare sempre e comunque nel rispetto della sua innata natura. In altre parole: l'essere umano risanato nel corpo, ma soprattutto nella mente, sarà l'essere trascendente per eccellenza, ovvero colui che avrà progressivamente riacquistato tutta intera la capacità e la libertà di amare, tornando ad agire in armonia con quell'energia vitale che è frazione dell'energia cosmica che governa l'intero creato.

II. L'omeopatia come moda
In base a questa visione trascendente della cura omeopatica è impossibile confondere tale metodologia con una delle tante mode, passeggere per definizione, che di epoca in epoca mirano ad indicare all'uomo smarrito i giusti atteggiamenti e comportamenti da perseguire per ritrovare la pace e la felicità perdute. E' evidente invece come l'Omeopatia, partendo dal concetto astratto dell'energia vitale e tornando a questo, conferendogli finalmente un significato di senso compiuto, così come abbiamo appena cercato di spiegare, si pone aldilà di ogni moda, senza spazio e senza tempo, avente come unico obiettivo la riscoperta della semplicità e profondità originale dell'essere umano quale giusto mezzo tra la banalità dilagante, che mira a trasformare la persona in strumento, e la complicazione scoraggiante, che alimenta nell'uomo l'idea della sua incomprensibilità, aprendo così la porta a dogmatismi e manipolazioni di ogni genere. Nella semplicità purificata del cuore, da cui nascono e rifioriscono i sentimenti umani per eccellenza, la persona torna finalmente a sentirsi partecipe della sofferenza di tutta la terra nello sforzo di continuare a vivere e di riappropriarsi della vita così come il Creatore la pensò all'origine dei suoi giorni, divenendo egli stesso testimone e realizzatore vivente del divino processo della creazione!

III. Pazienti e livelli di guarigione
L'obiettivo che si pone una cura omeopatica ben condotta, dunque, certamente tanto auspicabile quanto ambizioso, trova spesso difficile realizzazione perché, così come la accettazione o la non accettazione dei principi Hahnemanniani, ed il loro grado di condivisione da parte dei sanitari ne condiziona la loro appartenenza ad una delle categorie sopra descritte, allo stesso modo il recepimento che i pazienti hanno dell'Omeopatia è molto variabile e come tale genera atteggiamenti verso essa altrettanto variegati. I più comuni tra questi sono di frequente riscontro tanto dai medici che dai pazienti stessi. Vediamoli in dettaglio. Un certo numero di pazienti rifiuta in maniera preconcetta la novità del pensiero Hahnemanniano: fanno proprie per lo più convinzioni istituzionali o del loro ambiente e, anche quando sofferenti per patologie che le comuni medicine faticano a tenere a bada, non fanno alcuno sforzo per modificare il loro atteggiamento mentale, spesso compiacendosi di appartenere ad una maggioranza numerica di persone che gli conferisce rassicurazione ed il convincimento di far parte del gruppo ideologicamente dominante.

Poi ci sono coloro che, istintivamente preoccupati dagli effetti collaterali dei farmaci, alcuni di questi provati a volte anche in prima persona, si rivolgono all'Omeopatia proprio perché nota per la sua innocuità; allo stesso tempo, però, essi poco apprezzano la finezza investigativa degli omeopati più completi in quanto in realtà semplicemente motivati dall'intento di trovare una semplice alternativa ai ben conosciuti farmaci. Proprio per questo motivo tali pazienti sono destinati ad abbandonare presto l'Omeopatia, anche laddove ne abbiano ricevuto un qualche iniziale giovamento. Un certo numero di pazienti, poi, non si capacita di come sia necessario fare ulteriori visite di controllo quando un rimedio è stato decisamente efficace: essi vorrebbero poter continuare senza limiti di tempo sempre la stessa cura, e mal si piegano alla necessità di proseguire il loro percorso di guarigione, finalizzato ad ottimizzarne i risultati. Soltanto alcuni, coloro che forse richiedono di più da loro stessi, i quali percepiscono il proprio stato di buona salute psicofisica fondamentale al raggiungimento di un certo grado di efficientismo tanto sul lavoro quanto nella vita privata, ma allo stesso tempo si rendono conto di come tale benessere sia quotidianamente minacciato da fattori esterni alla persona scarsamente modificabili, questi pazienti di norma ben si adattano ai tempi di cura suggeriti dalla metodica omeopatica, giungendo così a quel rimedio costituzionale che significa far prevenzione piuttosto che curare.

Quanti, infine, già al momento della prima visita percepivano la limitatezza del proprio essere e al tempo stesso la tensione emotiva a colmare i propri limiti esistenziali, proprio questi sono destinati a compiere interamente il percorso di guarigione che li porterà da pazienti a risanati e poi ancora a guaritori-consolatori dell'animo umano, capaci cioè di ricondurre con la parola, i gesti, l'insegnamento, la preghiera o quant'altro, ricondurre, dicevo, sul sentiero del destino umano quanti crederanno incondizionatamente in loro, permettendo così ai propri simili di compiere in pieno quel viaggio di conversione del cuore capace di renderli un tutt'uno, nelle parole e negli atti, con il Creatore della Vita!
 


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