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L'omeopatia per le malattie del cuore

 

Curare il centro vitale della persona, per riportarla al centro dell'umana esistenza
(di F. Candeloro - medico omeopata)

La terapia omeopatica nella cura dei più comuni disturbi di cuore
Sono numerosi i disturbi del cuore, prevalentemente di tipo funzionale, che si giovano spesso di una cura omeopatica ben fatta. Questa, lo ricordiamo, può intervenire sia in acuto, quando cioè il malessere che interessa l'apparato cardiovascolare appare l'esito di situazioni, per lo più emozionali, che suscitano un incremento improvviso della frequenza del battito cardiaco e/o della pressione a cui circola il sangue contenuto nei vasi arteriosi, ma, ancor meglio, l'omeopatia è in grado di intervenire beneficamente in quelle situazioni a tendenza cronica o recidivante, le più frequenti tra le quali sono senza dubbio l'ipertensione, le turbe della frequenza cardiaca che vanno dalle banali palpitazioni, alle extrasistoli, ad aritmie più complesse e serie come ad esempio la fibrillazione atriale, e poi tutta una serie di situazioni patologiche che riguardano, più in generale, il profilo metabolico della persona e che, nel loro insieme, possono costituire la cosiddetta sindrome metabolica che, proprio nel suo complesso, è la migliore espressione del rischio cardiovascolare globale di ognuno di noi.
Queste ultime alterazioni del metabolismo, comprendono stati di sovrappeso e di obesità franca, alterazioni dei grassi nel sangue - tra cui forme isolate di iper/ipo-colesterolemia ed ipertrigliceridemia, oppure ancora forme miste di entrambe - e infine alterazioni della glicemia a digiuno, o dopo i pasti, che presuppongono una tendenza al diabete più o meno conclamato.

Ma procediamo per ordine e cominciamo a parlare di quella che certamente, tra le patologie cardiovascolari di più frequente riscontro, è anche la più temuta, vale a dire l'ipertensione: negli anni più recenti i valori limite di pressione arteriosa – che, ricordiamolo, è la misura della forza esercitata dal sangue contro le pareti arteriose – hanno subito diversi aggiustamenti ma, fondamentalmente, essi restano quelli individuati diversi anni fa, e che rappresentano in effetti la media di tutti i valori suddivisi per sesso, età, costituzione fisica e condizioni socio-ambientali. In definitiva i valori della pressione devono essere tenuti più costantemente sotto controllo quando superano quelli limite, individuati in 140 per la pressione cosiddetta massima e 90 per quella minima, con eccezione delle persone anziane in cui vengono tollerati valori di pressione massima generalmente più elevati, a fronte però di una pressione minima che tende a ridursi. Una pressione arteriosa che superi, dunque, stabilmente i valori soglia appena segnalati, rappresenta un rischio aumentato di malattie cardiovascolari e non (ictus, infarto, malattie renali) soprattutto in individui di età superiore ai 65 anni.
Va subito precisato, tuttavia, che nella maggior parte dei casi l'ipertensione cronica, cioè quella che si afferma lentamente nell'individuo, come perdita dei suoi meccanismi di omeostasi, che dunque richiedono la modificazione dei valori di pressione come esito di un nuovo adattamento organico, non dà generalmente sintomi importanti, essendo riscontrata nella maggior parte dei casi in un controllo occasionale della stessa effettuato dal proprio medico curante. In un 90% e più di questi casi l'aumento dei valori della pressione non è dovuto a nessuna causa apparente, e per questo motivo essa è detta primitiva o essenziale, mentre una rimanete percentuale di casi è secondaria a malattie organiche che coinvolgono soprattutto i reni, i surreni e la tiroide. Le donne possono sviluppare ipertensione anche durante la gravidanza o in seguito all'utilizzo della pillola.
Noi in questa sede ci soffermeremo unicamente sulla forma cosiddetta essenziale, che è la più comune, si sviluppa in genere nella mezza età, e riconosce fattori predisponenti genetici e familiari, se è vero che più individui di uno stesso ambito familiare, e di discendenza diretta, soffrono spesso contemporaneamente di questo disturbo.

Nel curare valori stabilmente elevati di pressione arteriosa, la medicina tradizionale ricorre principalmente a terapie solo sintomatiche, per lo più in associazione, che agiscono o dilatando le arterie, soprattutto a livello dei vasi terminali, dove maggiori sono le resistenze al flusso, oppure incrementando l'eliminazione del sodio, considerato l'elemento la cui eccessiva ritenzione favorisce, a lungo termine, un'espansione del compartimento vasale, e dunque anche della pressione del liquido all'interno di questo. Le terapie mediche, dunque, mirano semplicemente ad agire sull'effetto ultimo di quella che, come abbiamo detto, va invece interpretata come una modificazione di adattamento dell'intero organismo a nuove e differenti condizioni organiche, venutesi per lo più a creare come effetto di disordini di vita o di eccessivo stress, che impongono a tutto l'organismo di modificare le sue variabili sempre allo scopo però di mantenere, e soprattutto preservare al meglio - almeno inizialmente - l'efficienza delle sue funzioni più importanti e vitali.

Dunque un intervento solo sintomatico finisce in realtà per ostacolare questo meccanismo di adattamento dell'organismo, e ridurne così la sua vitalità complessiva, a differenza di una cura omeopatica che, quando ben fatta - e dunque non solo sintomatica, ma diretta a tutta la persona, e di questa, alle sue individuali caratteristiche psicofisiche, alle circostanze ambientali e relazionali che incidono su di essa, e al vissuto patologico che ha preceduto l'estrinsecarsi del disturbo - è invece in grado di ricondurre l'individuo a condizioni complessive precedenti, e dunque, nel loro complesso, maggiormente benefiche, e così a ristabilire adeguati valori pressori come effetto di un miglioramento complessivo della fisiologia di tutto l'organismo. Si realizza in tal modo una terapia veramente causale e al tempo stesso personale, che evita anche gli sgraditi effetti collaterali dei farmaci: reazioni allergiche, edemi periferici da congestione venosa, deficit di erezione e alterazioni della libido, stati transitori di ipotensione che determinano instabilità, vertigini, possibili cadute a terra con fratture, aumento del potassio nel sangue per alterata funzionalità renale e conseguente rischio di aritmie anche fatali, ecc.

Abbiamo citato a proposito dell'aumento della pressione - quando quest'ultima non riconosce alcuna causa organica - la possibilità che essa sia l'effetto più evidente di modificazioni dello stile di vita in senso innaturale e dunque patogeno. Sovrappeso e obesità sono le principali conseguenze di tutto ciò, e rappresentano l'esito di un'alimentazione scorretta, che predilige grassi e proteine animali a scapito di cibi vegetali e integrali, a volte anche di una eccessiva assunzione di alcolici - che forniscono, in relazione al quantitativo ingerito, sempre il maggior apporto calorico - o del ricorso troppo frequente a sostanze stimolanti tra cui caffè, tea e cioccolata. A tutto ciò si aggiunge la tendenza alla sedentarietà, in parte esito delle mutate abitudini sociali, in parte di una sempre minor disposizione all'allenamento fisico che riduce, in un pericoloso circolo vizioso, la capacità dell'essere a sopportare sforzi fisici di sempre minor intensità.
Il ripristino dunque di corrette abitudini alimentari e di moto, appare fondamentale a preservare l'organismo da quella serie di alterazioni metaboliche che, come abbiamo visto, costituiscono una particolare sindrome capace di predire effettivamente il rischio cardiovascolare della persona, e che comprendono, oltre a valori elevati di pressione arteriosa, alterazioni di trigliceridi e/o colesterolo, della glicemia a digiuno e, ovviamente, stati di sovrappeso e obesità, tutti fattori che favoriscono l'ispessimento delle pareti vasali, predisponendo a occlusione delle stesse ad opera di processi di coagulazione chiamati trombi, da cui possono partire frammenti, definiti emboli, che, quando occludono vasi terminali come le coronarie e/o quelli cerebrali, possono provocare arresti più o meno prolungati dell'ossigenazione di organi vitali, come cuore e cervello appunto, a volte causa di quadri clinici parziali o reversibili (ischemie transitorie), ma altre di quadri persistenti e talvolta incompatibili con la vita (infarto e ictus).
Siamo dunque in presenza di un sistema cardiovascolare esposto a quelle lesioni che configurano nel loro complesso il quadro clinico noto come aterosclerosi, dove non sono infrequenti le alterazioni del battito del cuore, che vanno dalle semplici palpitazioni, sovente provocate da sforzi o stati emotivi inusuali che necessitano di un rapido incremento del flusso sanguigno in un comparto peraltro già parzialmente ostruito, ma altre volte esito di alterazioni del tessuto nervoso da cui origina e si mantiene il battito, e che possono configurare quadri variabili di aritmie, tra cui i più frequenti sono la fibrillazione atriale e i blocchi di conduzione di diverso tipo.

In tutti questi disturbi la medicina tradizionale agisce troppo spesso, per non dire sempre, con farmaci solo sintomatici, senza cioè una visione d'insieme della persona e una reale personalizzazione delle cure, che permetta di agire all'origine dei disturbi e dunque di curarli tutti agendo sull'unica causa che li ha scatenati.

Certo, più tardi ci si avvicinerà all'omeopatia, maggiore sarà il tempo per permettere ad un individuo, spesso a questo punto già molto farmacolizzato, di ritrovare l'adattabilità delle sue funzioni, ma quanto prima avremo la possibilità di intervenire sui primi segnali di modificazione dei parametri vitali, tanto più potremo sanarli stabilmente e rapidamente, e poi effettuare una vera prevenzione, che la persona potrà seguire a tavola così come in relazione all'attività fisica, come esito di un migliorato funzionamento di tutto il suo organismo, che ritroverà così la naturale tendenza verso abitudini salutari riscoperte essere proprio quelle a cui spontaneamente tende, e dunque anche le più facili, in realtà, da seguire. Cosa che, invece, così non gli appare quando si interviene con terapie solo e sempre sintomatiche, di sintesi come anche semplicemente erboristiche, che, oltre al sintomo, non toccano però altre condizioni complessive, che sostengono quel sintomo, rendendogli per tale motivo sempre più difficile il ritorno a condizioni originarie che lo proteggano naturalmente, assicurandogli sempre, insieme a valori ottimali delle sue variabili, anche la migliore vitalità delle sue funzioni, e dunque il miglior godimento che possa provenirgli dall'espletamento di ogni sua attività, lavorativa come ludica o affettiva-relazionale, in una cura della persona quale essa è e deve rimanere, e cioè un essere individuale sì, ma al contempo anche socialmente altruista e protagonista.
 

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