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Comprendere e curare il disagio giovanile con l'omeopatia

 

Come riscoprire la preziosità del proprio essere nella ritrovata ed educata spontaneità dei gesti quotidiani
(di F. Candeloro - medico omeopata)

Da due metalli preziosi della materia medica omeopatica la chiave di lettura per comprendere e curare l'odierno disagio giovanile.

Due rimedi della materia medica omeopatica spesso rappresentano stadi terminali dell'evoluzione patologica che interessa l'organismo umano nella sua naturale complessità psicofisica: mi riferisco ad Aurum metallicum e Platina.
Non è dunque difficile comprendere che il progressivo allontanamento della persona dalla propria originaria naturalezza - di cui mitezza e sentimento di appartenenza alle sorti dell'intero pianeta rappresentano certamente gli elementi più distintivi - porta la stessa ad erigere una corazza sempre più spessa e impenetrabile che, a seconda dei casi, vede il prevalere terapeutico dell'uno o dell'altro dei due metalli, entrambi certamente tanto preziosi.

La storia - che noi omeopati chiamiamo biopatografica - che spesso conduce un individuo a rivestirsi, autonomamente, di tale preziosità, oggi più che mai, specialmente nel sesso femminile, ha origine già dall'età adolescenziale, momento in cui, sempre più spesso ormai, è già possibile intravedere, più o meno nitidamente, quel germe psicopatologico, curabile omeopaticamente con Platina, che si caratterizza per l'altezzosità cinica e glaciale con cui si fa mostra della propria presunta superiorità, e per la smaccata spavalderia dei modi che spinge la persona ai limiti della trasgressione più estrema, conducendovi, in un gioco al massacro, anche quella parte maschile che, per non separarsi dal suo femminile, finisce inevitabilmente per assecondarne tutti i capricci.

Proprio nella nostra società attuale questi atteggiamenti di ostentata superbia e spavalderia, un tempo forse patrimonio avanzato solo dell'adulto socialmente elevatosi, si colgono invece sempre prima, attuando molto presto comportamenti auto ed etero-distruttivi, che spesso terminano in eventi della cronaca estremamente drammatici, conosciuti con il termine, ormai popolare, di stragi del sabato sera.

Cosa succede, dunque, all'essere umano che progressivamente assume un atteggiamento di aperta sfida con la vita e le sue regole naturali, che sono poi quelle che dovrebbero garantirgli il massimo piacere esistenziale come superamento di sofferenza e sacrificio, valori imprescindibili su cui erigere la propria robusta crescita personale e, a poco a poco, anche il proprio successo sociale?

Difficile trovare una risposta che non sia tra quelle che incontriamo, ormai quotidianamente, tra i molti mass media, televisivi e non, e che comprende in ordine sequenziale: la perdita del ruolo della famiglia inteso come luogo preferenziale di trasferimento di quei valori educativi che forgiano la persona; l'incapacità ormai sempre più manifesta da parte della scuola, di sottoporre gli alunni a prove severe che, laddove fallite, suscitano in loro sentimenti di frustrazione, ritenuti ormai inutili e come tali da evitare, piuttosto che da imparare a superare e vincere definitivamente; infine la Chiesa, un tempo culla della spiritualità umana, ma troppo spesso contraddittoria tra la sua professione di fede e l'effettiva maniera, poi, di realizzarla nella pratica quotidiana.

Ed ecco che, già da bambini, e più ancora da adolescenti, i giovani di oggi si convincono del valore dell'autoreferenzialità come segno distintivo della propria personalità, certi oltremodo che in tale comportamento si celi anche il segreto per ottenere il massimo soddisfacimento alle proprie pulsioni con il minimo sforzo, comportamento che, perpetuandosi in molti di loro, genera quella emulazione di massa, unica vera forza di atteggiamenti che, nella realtà, minano alle fondamenta il singolo e il suo reale vigore.

In altre parole al valore della vita, fonte di vera gioia esistenziale in ognuno di noi solo quando rispettata nelle sue leggi naturali – le uniche in grado di condurci dolcemente ad amare il nostro prossimo nell'attesa-ricerca che si compia quell'unico incontro che, di questo sentimento, è inconsapevole origine e fine, quiete di un animo che finalmente può tornare a riposare nella tenerezza e nella magia dell'amore vero, dove incanto e letizia ravviveranno costantemente i nostri giorni - sempre più precocemente si vuole contrapporre il proprio presunto valore, entrando stabilmente in conflitto con la propria esistenza, e arrivando addirittura a sfidarla in un duello follemente mortale, in cui chi ferisce per primo è anche lo stesso a perire.

Aldilà di interventi terapeutici che spesso, anche omeopaticamente, quando tali situazioni appaiono così ben radicate, e soprattutto diffuse, sono di modesta efficacia, cosa può fare, effettivamente, la nostra società per prevenire simili modelli esistenziali, che rappresentano il completo affrancamento della persona da se stessa?

Di certo, innanzitutto, non assecondare, già dall'ambito familiare, quelle insolite manifestazioni dei fanciulli che mostrano sempre più spesso atteggiamenti di eccessiva confidenza con l'adulto, e a volte addirittura di critica dispotica nei confronti degli stessi genitori.

L'idea, in altre parole, che la natura umana vada, sin dalla più tenera età, esclusivamente assecondata e mai corretta - certo non con punizioni eccessive e tanto meno più che verbali - è l'errore in cui molti genitori di oggi sono caduti nel tentativo di rifiutare modelli familiari di un passato piuttosto prossimo che, effettivamente, lasciava poco alla libertà dell'individuo e allo sviluppo delle sue facoltà decisionali.

E allora, ancora una volta, è nel giusto mezzo che possiamo ritrovare le chiavi per condurre il bambino, l'adolescente e l'adulto a conoscersi sempre meglio, e poi a continuare a convivere armoniosamente, nella persona matura, con la spontaneità del primo, l'ardore del secondo e l'operosità del terzo.

E tutto questo attraverso un rinnovato e ritrovato entusiasmo per l'arte di educare un essere che ha in sé sia il germe del bene che quello del male, che armoniosamente devono trovare una pacifica convivenza, che sia l'espressione più riuscita di quella piena bellezza, la quale, solo al compimento del suo sviluppo interiore, potrà manifestarsi totalmente anche nell' esteriorità della persona.

La bellezza di ciò che siamo chiamati ad essere, dunque, deve diventare allora il canovaccio di una crescita partecipata e guidata dell'individuo, che ritrovi tutto il suo valore nella naturalezza di gesti sempre sostenuti dal rispetto verso il prossimo e verso un creato il più possibilmente incontaminato, in cui tornare a diffondere la propria preziosità come delicato aroma vitale capace di riportare luce, colore e musicale armonia in un'esistenza umana finalmente alleggeritasi di quella artificiosa corazza che nascondeva, in realtà, l'aridità di un cuore mai, fino ad allora, pienamente educato ad amare.
 

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